Coltivazioni canapa: guida alle leggi sulla produzione in Italia

Coltivazioni canapa: guida alle leggi sulla produzione in Italia

In Italia, le coltivazioni canapa e l’uso industriale del loro prodotto hanno una lunga tradizione. I recenti cambiamenti della Legge a tal proposito hanno portato a una nuova attenzione da parte dei media che ha coinvolto l’interesse pubblico e dei produttori. Una legge emanata nel 2016 promuove la coltivazione della canapa come mezzo per preservare la biodiversità e per ridurre l’impatto ambientale in agricoltura (mentre i prodotti destinati per il consumo umano sono ancora soggetti a restrizioni).

Coltivazioni canapa nella tradizione italiana

Le coltivazioni canapa (chiamata anche “cannabis sativa”) e il suo uso industriale, come accennato, hanno una lunga tradizione nel nostro Paese. La coltura di questo particolare tipo di pianta è stata favorita dalle condizioni climatiche e dalla forte domanda nella produzione di tessuti e corde nell’industria navale. Negli anni ’50, l’Italia era il secondo maggiore produttore di canapa al mondo (superata solo dall’Unione Sovietica), con quasi 100 mila ettari coltivati.

Tuttavia, l’agricoltura della canapa è stata quasi abbandonata in seguito alla ratifica e all’attuazione, da parte della nostra Nazione, delle convenzioni internazionali sui narcotici. Inoltre, l’invenzione di materiali plastici, che hanno sostituito la canapa per diversi usi, ha dato poi il colpo di grazia alla recessione di questo settore in sviluppo.

Solo negli ultimissimi anni, le coltivazioni canapa e il suo uso stanno vivendo un rilancio. Al punto che il valore delle attività della canapa, in Italia, è ora stimato intorno ai 150 milioni di euro. Tuttavia, il mercato è ancora altamente frammentato con oltre 1500 operanti nello stesso settore.

La canapa come sostanza narcotica

Si ricordi che fra le tante applicazioni della cannabis, c’è anche quella di farmaco naturale. Quella per uso medico ha un contenuto di THC molto più elevato ed è soggetta alla regolamentazione farmaceutica. La questione si complica, però, quando si parla di cannabis per usi non terapeutici.

Il panorama giuridico italiano è cambiato a partire dalla “Convenzione unica sugli stupefacenti” delle Nazioni Unite nel 1961. La Convenzione includeva la cannabis tra le sostanze controllate e di conseguenza, alcuni prodotti derivati ​​dalla canapa. È vero che la Convenzione ha esentato da questo regolamento la coltivazione della pianta per scopi industriali (fibre e semi) od orticoli. Tuttavia, i paesi che consentono la produzione della canapa sono tenuti a introdurre controlli per prevenirne l’abuso.

In Italia, la questione è regolata dal decreto presidenziale n. 309 del 9 ottobre 1990 (“DPR 309/1990”). I narcotici e le sostanze psicotrope sono classificati in cinque diverse categorie (chiamata anche “tabelle”) in base al pericolo e al rischio di dipendenza.

Nello specifico, la tabella 2 include la “cannabis” con un riferimento esplicito a foglie, infiorescenza, olio e resina. L’effetto psicotropico è causato dal principio attivo della pianta: il delta-9-tetraidrocannabinolo (conosciuto con la sigla “THC”). La concentrazione di THC nella canapa può variare a seconda del genere della pianta, della parte della pianta sfruttata (ad esempio, non c’è THC in fibre, radici e semi) e persino del metodo utilizzato e delle condizioni di coltivazione.

La legge italiana non prevede una soglia minima accettata di THC nelle foglie di cannabis, nelle infiorescenze, nell’olio e nella resina, che sono sostanze controllate, indipendentemente dal contenuto di THC. In ogni caso, dato che non tutte le parti della pianta contengono THC, ci sono ancora spazi per prodotti di canapa privi del principio attivo psicotropico.

La canapa è tornata! Le nuove direttive per la coltivazione

L’Unione europea sostiene con sussidi speciali le coltivazioni di canapa per la produzione di fibre, dato che queste hanno un impatto positivo sull’ambiente per la conservazione della biodiversità (regolamento n. 1307 / 2013). Tuttavia, le varietà utilizzate devono avere un contenuto di THC non superiore allo 0,2%.

La Corte di giustizia dell’UE (ordinanza della Corte dell’11 luglio 2008 – C-207/08, Babanov) ha dichiarato che il diritto europeo preclude la legislazione nazionale, che ha l’effetto di vietare la coltivazione e il possesso della canapa coltivata per la fibra coperta da Regolamento.

In Italia, la legge n. 242 del 2 dicembre 2016 (“Legge 242/2016”) promuove la coltivazione della canapa e le sue applicazioni industriali. Questa legge stabilisce che la coltivazione della canapa è lecita a condizione che il contenuto di THC sia inferiore allo 0,2%. In ogni caso, gli agricoltori sono comunque esenti da responsabilità penale ai sensi del D.P.R. 309/1990 a condizione che il contenuto di THC non superi lo 0,6%. La Legge 242/2016 elenca anche i prodotti che possono essere ottenuti dalla canapa, compresi alimenti e cosmetici, a condizione che siano conformi alla normativa applicabile del Ministero della Salute, anche per quanto riguarda il contenuto massimo tollerato di principio attivo psicotropico.